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Chi desidera davvero il cambiamento?

Aggiornamento: 2 giorni fa

Non tutte le persone iniziano una psicoterapia perché lo desiderano davvero.

A volte è il partner a suggerirlo. Altre volte sono i genitori, un amico, un medico di fiducia.

Può capitare di arrivare al primo colloquio pensando: "Provo, poi vediamo."

Oppure: "Lo faccio perché forse mi farà bene."

O ancora: "Lo faccio per evitare discussioni o preoccupazioni."


Non c'è nulla di insolito in questo. Molti percorsi iniziano proprio così.

Spesso chi ci sta vicino riesce a cogliere una nostra sofferenza prima che noi stessi riusciamo a riconoscerla pienamente. In alcuni casi questo rappresenta una risorsa importante. In altri, però, può accadere che la terapia venga vissuta come una risposta alle aspettative degli altri più che come una scelta personale.

Quando succede, non è raro sentirsi poco coinvolti, annoiati o persino infastiditi dal percorso. Non necessariamente perché la terapia non sia utile, ma perché la domanda che la sostiene non è ancora diventata veramente propria.


Avere bisogno di aiuto non è sempre desiderarlo


Nella pratica clinica capita spesso di incontrare persone che stanno soffrendo da tempo e che, allo stesso tempo, faticano a sentire come propria la decisione di iniziare un percorso.

Possono riconoscere che qualcosa non va, ma non sentire ancora il desiderio di fermarsi a guardarlo.

Oppure possono sperare che la terapia elimini rapidamente il sintomo senza dover entrare troppo in contatto con ciò che quel sintomo racconta della loro storia, delle loro relazioni o del loro modo di stare nel mondo.

È comprensibile, quando si soffre, il desiderio di stare meglio è spesso più forte della curiosità verso ciò che sta accadendo.

Eppure, proprio in questo passaggio, può aprirsi qualcosa di importante.


Dal problema alla domanda


Molte persone arrivano in terapia portando un problema preciso.

Un attacco di panico, una separazione, un lutto, una difficoltà relazionale, un periodo di ansia o di profonda stanchezza.

In alcuni casi il lavoro terapeutico aiuta a superare quella fase e si conclude lì, con soddisfazione reciproca.

In altri casi, invece, accade qualcosa di diverso, la domanda iniziale inizia a trasformarsi.

La persona scopre che dietro il problema che l'ha portata in studio esistono interrogativi più ampi: sul proprio modo di vivere le relazioni, di affrontare le difficoltà, di scegliere, di desiderare, di costruire la propria vita.

La terapia smette allora di essere qualcosa che si fa contro un sintomo e diventa uno spazio in cui conoscere meglio sé stessi.


Dare forma a ciò che si vive


A volte una persona arriva in terapia con una sofferenza molto chiara, ma con poche parole per descriverla.

Sa che qualcosa non va, ma fatica a comprenderne il significato.

Può sentirsi agitata, bloccata, confusa o svuotata, senza riuscire a dare forma a ciò che sta vivendo.


Lo psicoanalista Wilfred Bion ha dedicato gran parte del suo lavoro proprio a questo passaggio: alla possibilità di trasformare un'esperienza emotiva in qualcosa che possa essere pensato, compreso e condiviso.

Non sempre ciò che sentiamo è immediatamente accessibile alla nostra comprensione. A volte l'esperienza emotiva è presente, ma non ha ancora trovato parole sufficienti per essere raccontata.

In questi momenti non sempre abbiamo bisogno di risposte immediate. Talvolta abbiamo bisogno di uno spazio in cui ciò che sentiamo possa essere accolto, pensato e gradualmente trasformato in qualcosa di più comprensibile.

Quando un vissuto trova parole, collegamenti e significato, non diventa necessariamente meno complesso. Diventa però più nostro, più comunicabile, più abitabile.

In questo senso, il lavoro terapeutico non consiste soltanto nel ridurre una sofferenza, ma anche nel favorire un processo di appropriazione della propria esperienza.


Una scelta che può maturare nel tempo


Forse non è necessario arrivare in terapia con le idee completamente chiare. Spesso non le si ha.

Può bastare una sensazione di disagio, una domanda ancora confusa, la percezione che qualcosa nella propria vita meriti attenzione.

Ciò che conta è che, nel tempo, quel percorso possa diventare sempre più una scelta personale.

Non necessariamente una scelta priva di dubbi, ma una scelta sentita come propria.

Perché molte trasformazioni importanti non iniziano da una certezza.

Iniziano da una domanda che trova lentamente la possibilità di essere ascoltata.

 
 

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