Chi desidera davvero il cambiamento?
Aggiornamento: 23 ott
Non tutte le persone iniziano una psicoterapia perché lo desiderano davvero. A volte è il partner a suggerirlo, altre volte sono i genitori, un amico o un medico di fiducia.
Si può arrivare al primo colloquio pensando: «Provo, poi vediamo», oppure «Forse mi farà bene», come sospinti dal consiglio altrui, magari espresso da chi è riuscito a cogliere una nostra sofferenza prima che noi stessi riuscissimo a riconoscerla pienamente.
In alcuni casi questo aiuto è prezioso. In altri, però, la terapia rischia di essere vissuta soprattutto come una risposta alle aspettative degli altri, anziché come una scelta personale.
Quando la terapia è una richiesta degli altri
Può capitare di arrivare in terapia dopo una crisi di coppia, magari perché il partner ha scoperto qualcosa o ha posto una condizione. Oppure perché i genitori possono vederci in difficoltà e insistono affinché chiediamo aiuto. In questi casi, il percorso può iniziare con il bisogno di rimediare a una colpa, rassicurare qualcuno o dimostrare di aver preso sul serio le preoccupazioni altrui.
La sofferenza, però, non sempre coincide con quella che gli altri ci attribuiscono, e il bisogno di aiuto può restare confuso con il desiderio di non deluderli. Finché la terapia rimane soprattutto una risposta a una richiesta esterna, può essere difficile sentirsi davvero coinvolti. È come se mancasse una domanda propria, capace di orientare il percorso.
Questo non significa che la preoccupazione di chi ci sta vicino sia infondata, significa piuttosto che può essere necessario prendere una certa distanza dal giudizio e dalle aspettative degli altri, per chiedersi: al di là di come vengo visto e di ciò che mi viene chiesto, che cosa sto vivendo? C'è qualcosa che vorrei comprendere, cambiare o affrontare per me stesso?
Quando emerge una domanda propria
Prendere le distanze dalle aspettative degli altri non significa necessariamente rifiutarle. A volte significa poterle guardare da una posizione diversa, riconoscendo ciò che ci appartiene e ciò che, invece, facciamo fatica a sentire come nostro.
Può accadere, così, che la domanda iniziale cambi direzione. Una difficoltà segnalata dai genitori o dal partner può rivelarsi il punto di partenza per esplorare aspetti di sé che fino a quel momento erano rimasti in ombra. Non sempre ciò che gli altri chiedono corrisponde a ciò di cui sentiamo di avere bisogno; altre volte, invece, la loro preoccupazione coglie qualcosa di vero, che soltanto col tempo riusciamo a riconoscere e ad affrontare a modo nostro.
La motivazione può allora maturare durante il percorso, magari anche aderendo alla richiesta iniziale, ma soprattutto quando cominciamo a comprendere cosa stiamo cercando, quali difficoltà desideriamo affrontare e quale cambiamento davvero ha senso per noi.
Oltre l'immagine che abbiamo di noi
A volte facciamo fatica a distinguere ciò che desideriamo da ciò che abbiamo imparato ad essere agli occhi degli altri. Possiamo aderire a lungo a un'immagine di noi stessi costruita attraverso le aspettative familiari, le esperienze e i ruoli che ricopriamo. Un'immagine che ci aiuta a trovare un posto nel mondo, ma che può anche diventare difficile da abbandonare, soprattutto quando gli altri continuano a riconoscerci in quel modo.
In Psicologia del rinascere, lo psichiatra e psicologo analista Carl Gustav Jung riprende il tema dell'identificazione con la Persona, mettendo in luce la tentazione di essere ciò che si appare, divenendo tutt'uno con la maschera sociale che l'individuo indossa per adattarsi alle norme della società e interagire con il mondo esterno. A volte, per cominciare a riconoscere desideri e possibilità differenti, è necessario prendere una certa distanza da questa immagine. Non per rinnegare ciò che siamo stati o il modo in cui gli altri ci vedono, ma per lasciare spazio a qualcosa che ancora deve maturare e trovare una forma propria.
La psicoterapia può offrire uno spazio in cui questo processo prenda forma: non per stabilire dall'esterno che cosa una persona dovrebbe desiderare, ma per aiutarla ad ascoltare la propria esperienza e a riconoscere, gradualmente, ciò che sente di volere indagare.
